Le voci lontanissime

“Da Joyce Lussu in avanti in indietro di lato e di fianco”

di Maria Silvia Marozzi

“Più vicina all’ambiente e all’esperienza dell’allievo, la storia del luogo in cui vive è più adatta a stimolare la sua coscienza storica, la sua collocazione nella realtà del mondo.” A chi si riferisce quel secondo pronome possessivo “sua”? Alla Storia generale? Alla storia particolare di un luogo? All’allievo e alla sua coscienza storica?

Nella storia, diceva uno dei saggisti italiani più polemizzante del secolo passato, non esiste l’avanti e l’indietro: essa è una nozione convenzionale di scambio. Un calderone in cui ribolle la realtà tutta, che, miscelando i suoi ingredienti (guerre, concili, papi, re), continuamente aggiorna e muta il suo volto. Pasolini è antipatico, però è vero che non sbaglia mai un colpo. La storia, insomma, non si colloca nella realtà, lo è (realtà, passata contemporanea e futura) e basta. La coscienza che gli uomini hanno di essa, del suo trascorrere, delle conseguenze che si trasformano in nuove norme culturali, permette la loro (degli uomini) collocazione nella realtà del mondo, poiché chi decidesse di frapporre fra sé e la Storia un muro con su scritto “autodeterminazione” dovrebbe, per coerenza, suicidarsi e dal mondo uscire. C’è stato un uomo che ha interpretato in quest’ultimo modo il suo ingresso sulla Terra, si chiamava Carlo Raimondo Michelstaedter e se questa rubrica avrà successo, se ne riparlerà dandogli lo spazio che merita (captatio benevolentiae?).

La Storia locale è importante perchè ci colloca in un punto, nel quale nessuno ha stabilito si debba restare immobili e passivi. Quel punto è una realtà meno astratta della Parigi dei tempi della Rivoluzione francese studiata sui banchi di scuola e presto dimenticata per sempre, e più “monografica” come l’antica canzone che gli insorti fermani intonavano dopo la resa forzata ai preti ai padroni e ai francesi: “Fortuna maledetta traditora….vivo d’acque di fave e di lenticchia in questo stesso sito che a mie spese fa star altrui da conte e da marchese”.

Dalla storia locale si ha la possibilità di attingere coscienza maggiore, più convinta e militante proprio in quanto è quella dei nostri padri veramente, nel senso che tra loro facilmente potremmo ritrovare qualche avo o comunque il seme più autentico della nostra cultura particolare (prima che il mondo globalizzato la seppellisca definitivamente, speriamo fra migliaia di anni, speriamo mai).

Joyce Lussu ha trasmesso questa concezione del fare storia: insieme a Gianfranco Azzurro e Giuseppe Colasanti ha scritto un manuale di storia generale e particolareggiata che va dai Piceni alle soglie del Novecento.

La frase con cui si apre questo articolo di presentazione della rubrica culturale “Le voci lontanissime” è tratta proprio da questo manuale, che si chiama “Storia del Fermano”.

Ho scritto che la realtà locale è un punto in cui non necessariamente occorre restar piantati, infatti all’occasione verranno introdotte storie lontanissime nel senso geografico: le vicende legate alle figura di Michelstaedter (Gorizia, 1887-1910) o a quella di Elena Lucrezia Cornaro Piscopia (Venezia 1646, Padova 1684), sono valide. Invece quella che ha per protagonisti un duomo ascolano e un fallo di mattoni è forse solo divertente, vicina geograficamente e lontanissima cronologicamente. Ma sono molte le autorità letterarie che ci suggeriscono sempre di passare al setaccio ogni fatto, chè anche dalla filastrocca si ricava la traccia di un processo in atto, di un rivolgimento storico degno di nota. Anche restando ben piantati in un punto di cui conosciamo ogni sfumatura di grigio ci si può meravigliare tutti i giorni se uno scava alla ricerca di un colore.

Storie vicine e lontane, sia nel tempo che nella geografia, avranno come tratto comune il fatto di essere eccentriche, estranee alla cultura di Centro, così come i suoi protagonisti sono rimasti estranei al Potere centrale pur aderendogli (e solo in qualche caso) formalmente.

Riproduzione Riservata